Giotto, Crocifisso di Santa Maria Novella
crop_originalOpere d'arte

Giotto, Crocifisso di Santa Maria Novella

Tempera, oro e vetri su tavola, cm 578x406

Piazza di Santa Maria Novella, 18

Dopo un lungo restauro, eseguito nei laboratori dell’Opificio delle Pietre dure , il Crocifisso è stato collocato nella navata centrale di Santa Maria Novella. La sua provenienza dalla chiesa dei domenicani fiorentini è certa: è citato non solo dalle fonti (a partire da un testo particolarmente attendibile come i Commentari di Lorenzo Ghiberti), ma da documenti antichi e preziosi come il testamento di Riccuccio di Puccio, che dispone nel 1312 un lascito per tenere delle lampade accese davanti ad alcuni dipinti, e i libri contabili della Compagnia dei Laudesi, incaricata di eseguire questa disposizione. Tuttavia, finché è stato collocato sulla controfacciata e quindi poco visibile, gli studiosi non lo hanno generalmente apprezzato. Solo con la grandiosa esposizione giottesca del 1937, ricevette finalmente la giusta attenzione; si formarono così due diverse tendenze: l’una faceva capo a Robert Oertel e lo riconosceva come opera di Giotto; l’altra identificava un anonimo "Maestro della croce di Santa Maria Novella", secondo l’opinione di Richard Offner, un critico ben noto per la rigida limitazione delle opere attribuite a Giotto, dal novero delle quali escludeva anche gli affreschi della Basilica superiore di Assisi.
Nel corso dei decenni la prima tendenza è risultata prevalente tra gli studiosi, ed è stata senz’altro rafforzata dalle indagini e dagli studi intrapresi durante il restauro. L’opera presenta infatti i caratteri tipici di Giotto nella concretezza delle figure, in particolare del corpo di Cristo, reso pesante dalla morte. Una serie di confronti con altre opere del pittore, e in particolare con gli altri Crocifissi conservati, suggerisce una datazione alla fase giovanile. Questa è provata anche dal fatto che una croce dipinta dal pittore lucchese Deodato Orlandi nel 1301 ne riprende la composizione.
L’aspetto iconografico è infatti uno dei più interessanti in questo dipinto, che modifica il modello di Christus patiens (Cristo sofferente) diffuso nella seconda metà del Duecento da Giunta Pisano e da Cimabue. In questi pittori, infatti, la figura di Cristo, con una soluzione prevalentemente bidimensionale, descrive un’ampia curva sulla croce, mentre i piedi sono trafitti da due chiodi diversi. A partire da Giotto, che riprende una soluzione già adottata da molti scultori (tra cui Nicola e Giovanni Pisano) i piedi si sovrappongono, determinando un punto verso il quale converge tutto il peso del corpo: la sofferenza viene così descritta non solo nella sua straziante intensità morale, ma anche nei suoi aspetti fisici.La croce, che comprende in alto una targa con iscrizione trilingue (latina, greca ed ebraica), era certamente completata da un tondo superiore con Eterno benedicente, come si vede in gran parte degli esemplari dell’epoca. Sono invece conservati i terminali con la Vergine e San Giovanni e il piede con il Calvario e il teschio di Adamo.
Proposte didattiche di approfondimento e di verifica:
- l’evoluzione della tipologia della croce dipinta nella pittura toscana del Duecento. Si può suggerire, in alternativa agli esempi consueti proposti dai manuali, un percorso tutto costituito da opere conservate a Firenze o nelle immediate vicinanze. Come esempi di Christus triumphans (Cristo trionfante), si possono citare quello del monastero di Rosano, risalente al XII secolo, la Croce n. 432 della Galleria degli Uffizi, quella del Maestro del Bigallo conservata appunto nel Museo del Bigallo e quella del Museo Bandini di Fiesole. Due esempi di Christus patiens (Cristo sofferente) sono la Croce n. 434 della Galleria degli Uffizi, attribuita a Coppo di Marcovaldo o a un anonimo detto Maestro della Croce n. 434, in cui la figura del Cristo assume una posizione verticale e solo la testa reclinata esprime la sofferenza della morte, e il celebre Crocifisso di Cimabue, danneggiato in modo gravissimo dall’alluvione del 1966 (Museo dell'Opera di Santa Croce)

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