Giotto, Madonna di San Giorgio alla Costa
crop_originalOpere d'arte

Giotto, Madonna di San Giorgio alla Costa

Tempera e oro su tavola, cm 180x90, Museo diocesano, piazza Santo Stefano al Ponte

piazza Santo Stefano al Ponte, 5

Il dipinto prende nome dalla chiesa dove è stato conservato fino a pochi decenni fa; depositato in locali attigui alla chiesa di Santo Stefano al Ponte, venne danneggiato il 27 maggio 1993 da un attentato mafioso che costò la vita a cinque persone. L’eccezionale gravità dell’episodio, che turbò in modo particolare la coscienza dei fiorentini, è all’origine di una soluzione particolare adottata nel successivo restauro, eseguito da Paola Bracco presso l’Opificio delle Pietre Dure: il dipinto è stato pulito e le lacune integrate con il metodo della selezione cromatica, ma è stata lasciata visibile la lesione provocata da una scheggia nella veste dell’angelo di sinistra. L’attuale forma centinata non è quella originaria: la tavola, che terminava in una cuspide triangolare, è stata infatti tagliata da ogni lato. Nonostante che a metà Quattrocento Lorenzo Ghiberti, ritenuto oggi una fonte particolarmente attendibile per la pittura trecentesca fiorentina, citi "una tavola et uno crocifixo" di Giotto nella chiesa di San Giorgio, questa tavola è stata riferita al maestro soltanto nel 1937 dal critico tedesco Robert Oertel, in una ricca e importante recensione alla mostra giottesca che era stata allestita a Firenze in quell’anno. L’attribuzione, dopo numerose polemiche, è oggi generalmente condivisa.
La Vergine siede su un trono marmoreo, conservato solo parzialmente per la mutilazione subita dalla tavola, decorato con motivi cosmateschi, secondo una soluzione, utilizzata da Giotto anche nei seggi dei Dottori della Chiesa nella Volta dei Dottori di Assisi, ben diversa dai troni in legno tornito dei pittori del Duecento. Tuttavia parte della struttura è nascosta da un tessuto che attenua il carattere tridimensionale della figurazione. Con analogo ritegno il pittore si distacca da un’altra convenzione bizantina: la Vergine porta sotto il velo la tradizionale cuffia rossa, da cui sfuggono però due ciocche di capelli. Particolarmente elaborate sono le decorazioni incise a stilo sull’oro delle aureole e dei margini della cuspide: alcuni caratteri riproducono liberamente quelli della scrittura araba (conosciuti attraverso l’importazione di tessuti e maioliche), mentre i motivi mistilinei con animali fantastici ("grilli") si avvicinano al gusto gotico francese, che poteva raggiungere i centri italiani con manoscritti miniati, oreficerie e vetrate.
Il dipinto presenta i caratteri tipici della produzione giovanile di Giotto, con punti di contatto con i più antichi affreschi di Assisi (le Storie di Isacco, la Volta dei Dottori e alcune Storie dell’Antico e del Nuovo Testamento nei registri superiori della navata), con il Crocifisso di Santa Maria Novella e il frammento di Borgo San Lorenzo. L’esecuzione non può perciò essere lontana dall’attività del pittore ad Assisi; nonostante le molte discussioni su questo ciclo di affreschi, la tavola fiorentina viene datata generalmente alla fine del Duecento.
Proposte didattiche di approfondimento e di verifica:
- ricerca su un dizionario specializzato di alcuni termini utilizzati nella scheda: selezione cromatica, centinato, cosmatesco, registro;
- confronto della tavola con alcuni particolari degli affreschi di Assisi e con le altre opere citate;
- l’attuale tendenza ad allontanare, per motivi di sicurezza, le opere dalle chiese dove erano conservate e a formare musei di arte sacra di ambito diocesano, vicariale o parrocchiale: ricerca di esempi nella propria realtà territoriale

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