È in piedi su una conchiglia, in un atteggiamento pudico ispirato alla scultura classica, mentre i lunghi capelli dorati - ravvivati da tocchi d’oro - le coprono il corpo.
Sulla riva l’attende una giovane figura femminile, identificata talvolta con una Grazia o con l’Ora della primavera, pronta a offrirle un manto cosparso di fiori.
Anche le rose portate dal vento richiamano la stagione primaverile.
Il dipinto celebra Venere come simbolo di amore e bellezza, in sintonia con la cultura umanistica della Firenze medicea.
È probabile che la committenza sia legata proprio alla famiglia Medici: nel 1550 Giorgio Vasari descrive l’opera nella villa di Castello - proprietà di un ramo della casata - e la presenza degli alberi di arancio, associati simbolicamente al nome dei Medici, sembra rafforzare questa ipotesi. Diversamente dalla Primavera, eseguita su tavola, la Nascita di Venere è realizzata su tela, un supporto usato nel Quattrocento anche per decorare residenze signorili.
Fu lì che conobbe Marco Vespucci, destinato a diventare suo marito. Subito dopo le nozze, appena sedicenne, arrivò a Firenze.
Entrò in una città che, sotto Lorenzo de’ Medici, viveva una stagione di straordinaria vitalità culturale: arte, poesia e filosofia si intrecciavano attorno a un’idea di bellezza come armonia e misura. In questo contesto Simonetta fu ammirata e celebrata, non solo per il suo aspetto, ma per ciò che rappresentava agli occhi dei contemporanei.
Nel 1475 divenne figura simbolica della Giostra dedicata a Giuliano de’ Medici in Piazza Santa Croce, e Angelo Poliziano la ricordò nei suoi versi, fissandone il nome nella memoria letteraria del tempo. Non esistono prove che Botticelli l’abbia ritratta dal vero. È più corretto pensare che l’artista costruisse il proprio ideale femminile attingendo alla cultura classica e al pensiero umanistico. Tuttavia, la notorietà di Simonetta nella Firenze laurenziana contribuì a legare il suo nome a quell’immagine di grazia che la pittura botticelliana avrebbe reso universale.
Davanti alla Nascita di Venere non vediamo il ritratto certo di una donna, ma l’espressione di un ideale rinascimentale. Eppure, tra le pieghe di quell’immagine, si intravede ancora la storia di una giovane ragazza arrivata a Firenze a sedici anni, il cui nome continua a risuonare accanto a uno dei capolavori più celebri dell’arte occidentale.