I Della Robbia, il dialogo tra le Arti nel Rinascimento
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L’epopea di una dinastia: i Della Robbia

Scopri l'affascinante storia della famiglia di scultori e ceramisti toscani che diventò famosa in tutta Europa

Arezzo
“…avendo una meravigliosa pratica nella terra, la quale diligentissimamente lavora¬va, trovò il modo di invetriare essa terra co’l fuoco, in una maniera che è non la potesse offendere né acqua né vento. E riuscitoli tale invenzione, lasciò dopo sé eredi i figliuoli di tal secreto” G. Vasari

L’operosa attività dei Della Robbia, famiglia di scultori e ceramisti, coprì un lungo arco di tempo, dai primi decenni del Quattrocento fin ben oltre la seconda metà del Cinquecento: più di cento anni che segnarono profondamente la cultura occidentale. La figura di spicco è Luca della Robbia (Firenze, 1399 ca. – 1482), celebre soprattutto come iniziatore della famosa produzione di terrecotte invetriate che fece la sua fortuna e, dopo di lui, quella dei figli e dei nipoti. Considerato uno dei protagonisti della scultura fiorentina del Quattrocento, nacque in una famiglia molto nota nel settore tessile, “attività dalla quale trasse origine il loro nome, derivato dalla rubia, una tintura rossa per tessuti, un colore che, per ironia della sorte sarà l’unico estraneo alla variopinta tavolozza robbiana”. Negli anni della sua attività, Firenze stava vivendo un periodo storico in cui si andava attuando una revisione delle metodologie artistiche e architettoniche e Luca, come altri degli artisti che operarono in quel periodo – Filippo Brunelleschi, Masaccio, Beato Angelico, Donatello, Nanni di Banco e Leon Battista Alberti - fu animato da uno sforzo di trasformazione culturale atto a delineare i contenuti di un’arte nuova e di una nuova figura d’artista. Se è nota la sua integrità morale, sorretta da una fede religiosa profonda, non si hanno invece notizie certe sulla sua formazione; Pomponio Gaurico nel suo De sculptura (1504) e Vasari nelle Vite (1550) affermano che la sua prima educazione artistica avvenne presso un orafo, costume diffuso all’epoca, seguito anche da Brunelleschi e Donatello. Fu sicuramente allievo di Nanni di Banco presso il cantiere della cattedrale di Firenze: dal maestro riprese la ferma monumentalità che però in Luca è caratterizzata da un tono più sereno, che lo avvicina a Ghiberti. Quanto ad un confronto con Donatello esso è facilitato dal fatto che Luca eseguì per il Duomo una monumentale Cantoria marmorea, in concorrenza con quella di Donatello, che esemplifica il primo classicismo fiorentino nel quale realismo e volumetria si coniugano magistralmente. Il successo della cantoria e l’apprezzamento del Brunelleschi – cui era legato, secondo fonti storiche, da un sentimento di profonda amicizia e stima - gli garantirono altri importanti incarichi da parte dell’Opera del Duomo, fra cui il completamento delle formelle di Andrea Pisano per il campanile. I suoi lavori gli meritarono anche la menzione da parte di Leon Battista Alberti nel De Pictura (1436) in cui è celebrato tra i pionieri del Rinascimento artistico italiano a fianco degli innovatori dell’arte: Brunelleschi, Donatello, Masaccio e Ghiberti. Negli anni successivi, Luca abbandonò l’uso del marmo per dedicarsi completamente alla sperimentazione della terracotta invetriata, una tecnica di straordinaria raffinatezza formale che fu accolta immediatamente con grande successo, tale da sostenere per oltre cento anni l’attività della bottega robbiana. La prima applicazione di questa tecnica da parte di Luca è costituita dagli inserti policromi che decorano il Tabernacolo del Sacramento nella Cappella di San Luca dello Spedale di Santa Maria Nuova oggi Santa Maria a Peretola (1441-1442), ma già nel 1442-1445 egli eseguì integralmente con questo materiale le due lunette con la Resurrezione e l’Ascensione sopra i portali delle sagrestie di Santa Maria del Fiore. Tra i capolavori di questo periodo si devono ricordare anche La visitazione per San Giovanni Fuorcivitas a Pistoia (1445) e le decorazioni per lo studiolo di Piero de Medici, ora conservate presso il Victoria and Albert Museum.
Nell’agosto del 1446 Luca e il fratello Marco acquistarono una casa in via Guelfa, in una zona di orti e campi, proprio ai margini dell’abitato fiorentino, probabilmente per scongiurare il pericolo di incendi. La casa, che rimarrà sede della produzione robbiana per tre generazioni, fu demolita alla metà dell’Ottocento per ingrandire via Santa Caterina, oggi via Nazionale. Nel 1448 alla morte del fratello Simone con il quale aveva convissuto, Luca adottò i sei figli del fratello tra i quali Andrea che già in questi anni risulta attivo nella bottega come collaboratore dello zio. Ormai anziano nel 1471 Luca fece però testamento in favore del nipote Simone, e non di Andrea che egli giudicava “arricchitosi approfittando dell’arte e dei suoi insegnamenti”.
Infatti Andrea (Firenze, 1435-1525) fu in grado di avviare una produzione di tipo “industriale”, ricavando notevoli vantaggi economici personali, addirittura superiori a quelli dello zio. Grazie alla sua instancabile attività gli invetriati si diffusero capillarmente nelle località periferiche: un successo davvero incredibile che fonda le sue ragioni da una parte nella lungimiranza di Andrea che fu capace di ampliare la tipologia di soggetti realizzati, in modo da eseguire lavori per una vastissima committenza sia religiosa che laica, e dall’altra nella facilità di trasporto delle resistentissime invetriate che – a differenza delle statue di marmo – potevano essere smontate e rimontate in loco. La sua vastissima produzione - inizialmente, vicina a quella di Luca tanto da rendere difficoltoso riconoscerne le opere autografe, confuse spesso con quelle dello zio - sviluppò in seguito un gusto più scoperto e superficiale per gli effetti pittorici ottenuti con la brillantezza e la vivacità dei colori: composizioni ricche di pathos che prendono spunto anche dalla pittura a lui contemporanea come, per esempio, nella decorazione per Santa Maria delle Carceri a Prato, dove l’opera di Andrea richiama la pittura ivi presente di Filippino Lippi e le opere realizzate per la cappella di Santa Maria delle Grazie ad Arezzo. Tra i suoi lavori più notevoli: i Putti nel portico dello Spedale degli Innocenti a Firenze (1487), i rilievi del santuario della Verna e la lunetta con l’Incontro dei Santi Francesco e Domenico nella loggia dell’Ospedale fiorentino di San Paolo (1490-1495) che rispecchia l’adesione di Andrea agli ideali religiosi di Savonarola una voce, quella del prete ferrarese, che secondo l’artista poteva scuotere gli animi, rinsavire i costumi e dare una risposta alle istanze di rinnovamento spirituale nell’ambito della crisi etico-politica e religiosa di fine secolo. Risulta infatti in questi anni la semplificazione delle composizioni - in modo analogo a quanto avveniva in pittura con il Perugino e Fra’ Bartolomeo - come testimoniano le opere presenti nella collegiata di San Lorenzo a Montevarchi (1495-1500), mentre aumenta la produzione di gruppi di pietà, tanto cari alla predicazione savonaroliana, per la drammaticità e il coinvolgimento emotivo. A partire dall’ultimo decennio del secolo l’enorme quantità di commesse costrinse Andrea ad avvalersi sempre di più di collaboratori: la produzione si industrializzò assumendo caratteristiche decorative convenzionali, tanto da porre problemi di autografia. Andrea della Robbia morì a Firenzo nel 1525 dopo una vita longeva nella quale realizzò, a detta del Vasari, “molte, anzi infinite opere”.
Tra i cinque figli di Andrea che, su dodici, ne continuarono l’attività il più noto è da considerasi Giovanni (Firenze, 1469-1529/30) che ebbe anche il grande merito di aver proseguito l’attività di bottega divulgando la produzione di famiglia con esiti quasi protoindustriali. In particolare Giovanni affrontò il difficile e peraltro controverso compito di adeguare la produzione robbiana agli orientamenti di gusto ormai profondamente mutati nel corso del tempo, mediandone la sofisticata vena devota con le maniere antichizzanti e l’enfasi monumentale che si sarebbero affermate nella scultura fiorentina dei primi decenni del Cinquecento. Dopo aver affiancato per vari anni il padre, tanto che è possibile che siano sue alcune delle opere attribuite allo stesso Andrea, mutò poi il suo stile a favore di un linguaggio che si qualifica per un carattere policromo sgargiante e vivace e che richiama, per le composizioni plastiche, opere del Verrocchio e di Filippo Lippi.
La produzione di Giovanni oltre ad eleganti vasi all’antica e stemmi policromi, comprendeva anche arredi domestici e importanti commissioni religiose. Tra i lavori più significativi il Lavabo della Sagrestia in Santa Maria Novella (1498), mentre tra le opere figurate vanno ricordati i rilievi di San Gerolamo a Volterra e La Natività del Bargello (1521). Dei quattro fratelli di Giovanni che lavorarono in bottega, Francesco (1477-1527) e Marco (1468-1534) entrarono nel 1495 nel convento di San Marco dove realizzarono invetriati per le chiese e i conventi dell’ordine.
Più che i due frati domenicani però, furono Girolamo (Firenze 1488 - Parigi, 1566) e Luca il Giovane (1475-1548) gli unici in grado di affermare il valore internazionale dell’arte di famiglia. Probabilmente fin dai primi anni novanta del Quattrocento, Luca il Giovane intervenne con altri fratelli nelle imprese della bottega, come nell’altare di Santa Maria delle Grazie ad Arezzo e le decorazioni di Santa Maria delle Carceri a Prato. Malgrado gli scarsi documenti che attestino la sua attività è stato descritto dal Vasari come scultore raffinato “molto diligente negli invetriati”, chiamato a Roma da Raffaello su incarico di Leone X per la realizzazione dei pavimenti delle Logge Vaticane. Girolamo, ultimo dei figli maschi di Andrea, era già attivo, sotto la guida del fratello maggiore Luca, con alcuni invetriati alla Certosa di Firenze, e soprattutto in importanti pale di intonazione manieristica con espliciti rimandi a Raffaello, Sansovino e Andrea del Sarto. Sembra che entrambi i fratelli tendessero ad un aggiornamento dell’arte robbiana con una sensibile adesione alla cultura proprio di Andrea Del Sarto e sull’esempio di Raffaello e del primo manierismo fiorentino. Ne sono eloquenti esempi le pale policrome di Signa, Lizzano e Gubbio. Nel 1517 Girolamo lascia la bottega per trasferirsi in Francia, dove tra l’altro partecipò alla decorazione di Fontainbleau, e dalla seconda metà del Cinquecento, l’affascinante avventura robbiana, inaugurata da Luca più di un secolo prima e racccolta in ultimo da Benedetto e Santi Buglioni, poteva dirsi finita, tanto che il Vasari non tardò ad affermare come tra il 1550 e il 1568 “restò l’arte priva del vero modo di lavorare degli invetriati”.
Arezzo
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