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crop_originalOpere d'arte

Cappella Brancacci nella Chiesa del Carmine, Firenze

Con i restauri realizzati negli ultimi anni del decennio Ottanta, gli affreschi hanno ritrovato la loro cromia originale e si presentano oggi molto più leggibili e godibili

Piazza del Carmine

La cappella Brancacci è sita nella chiesa del Carmine a Firenze. Fu fatta realizzata da Pietro Brancacci, esponente di una delle famiglie più potenti della Firenze di allora, a partire dal 1386. Un discendente di Pietro, nel 1423, per ricordare il suo avo, diede incarico a Masaccio e a Masolino da Panicale di affrescare questa cappella con storie tratte dalla vita di san Pietro. I lavori furono condotti in collaborazione dai due maestri fino al 1425, anno in cui Masolino partì per l’Ungheria. Masaccio ha lavorato a questi affreschi, senza completarli, fino alla sua morte. I lavori furono poi completati, circa cinquant’anni dopo, da Filippino Lippi. La cappella subì alterne vicende, soprattutto nel XVIII secolo, quando venne demolita la volta a crociera e conseguentemente alcuni affreschi di Masaccio, e quando, pochi anni dopo, un incendio annerì e danneggiò parzialmente gli affreschi superstiti. Con i restauri realizzati negli ultimi anni del decennio Ottanta, gli affreschi hanno ritrovato la loro cromia originale e si presentano oggi molto più leggibili e godibili.
 

Nella prima scena che analizziamo l’attribuzione è data a Masolino. Ma di certo ci sono elementi che possono essere attribuiti a Masaccio, per cui appare probabile che l’affresco sia stato condotto a più mani. La scena rappresenta contemporaneamente due episodi, secondo quella tendenza sincronica che abbiamo visto spesso utilizzata anche nella pittura trecentesca. Sul lato sinistro è rappresentata la «guarigione dello zoppo», sul lato destro «la resurrezione di Tabita», pertanto san Pietro vi appare rappresentato contemporaneamente due volte. In seguito le immagini pittoriche avranno sempre una precisa unità di tempo e di luogo: invece tra XIV e XV secolo non è infrequente che l’artista crei una sequenza di questo tipo nella stessa immagine. Tuttavia, nonostante guardiamo due episodi diversi, la scena ci appare fortemente unitaria soprattutto per la correttezza con la quale è costruito lo spazio di rappresentazione. La scena viene immaginata in uno spazio urbano che ha l’aspetto delle città toscane del tempo, e questo spazio è costruito secondo le regole precise della prospettiva centrale. È facile immaginare che la costruzione di questa prospettiva sia da attribuire a Masaccio. Sicuramente è invece di Masolino il gruppo di due figure posto al centro, realizzate secondo uno stile ancora tardo gotico. In particolare, la figura, con il turbante rosso in testa, ha un vestito con una decorazione di grande preziosità ma di assoluto effetto bidimensionale (quasi una carta da parato incollata sul muro), secondo una scelta estetica che è di matrice tardo gotica e non rinascimentale.
 

In questa seconda scena, che analizziamo, viene rappresentato quel miracolo noto come «Il tributo». Gesù e i suoi apostoli, per attraversare un ponte, dovevano pagare un pedaggio. Non avendo soldi, Gesù disse a san Pietro di pescare un pesce dal fiume. San Pietro così fece, e nella bocca del pesce trovò la moneta necessaria a pagare il tributo per poter attraversare il ponte. Anche qui ci ritroviamo nel caso di un’immagine sincrona. San Pietro, ad esempio, viene rappresentato ben tre volte: nel gruppo degli apostoli, a sinistra che pesca il pesce dal fiume, a destra che dà al doganiere la moneta pescata. Anche il doganiere viene rappresentato due volte: una prima che ferma il gruppo degli apostoli per chiedere il pagamento del dazio, la seconda quando riceve da san Pietro la moneta.
 

La scena si svolge all’aperto, in uno spazio naturale e non architettonico. In situazioni del genere è più complesso controllare la prospettiva, in quanto mancano quelle linee geometriche che possono materializzare i punti di fuga. L’unica architettura che compare nella scena è l’edificio posto sulla destra, e che contribuisce con la sua prospettiva a dare il senso di profondità all’immagine. Ma qui Masaccio riesce a costruire la prospettiva utilizzando le persone stesse. A dominare la scena è infatti il gruppo di Gesù con gli apostoli. Questo insieme di figure viene anch’esso rappresentato rispettando le regole della prospettiva. Gli apostoli e Gesù hanno le teste tutte allineate sulla stessa linea, segno quindi che l’ipotetico osservatore è alla loro stessa altezza. Osservando però i piedi si vede come questi trovino diversa giacitura sul piano orizzontale, e conseguentemente anche la loro altezza varia. In ciò è rispettata quella legge fondamentale della prospettiva, in base alla quale le persone ci appaiono tanto più grande quanto più ci sono vicine. Anche questo elemento non è da poco. Secondo la logica del tempo, ereditata da secoli di arte medievale, bisognava rispettare quella che chiamiamo «prospettiva gerarchica»: le persone avevano un’altezza maggiore in base alla loro importanza. In questo affresco è indubbio che il personaggio «gerarchicamente» superiore è Gesù, eppure la sua altezza risulta inferiore a quella del doganiere, dato che è posto in un punto dello spazio più lontano dall’osservatore. Ciò significa affermare il primato della visione, privilegiando la razionalità della rappresentazione obiettiva della realtà ai valori simbolici dei contenuti dell’immagine


Accessibilità handicap:
Chiesa del Carmine non accessibile a sedie a ruote. Cappella Brancacci non accessibile a sedia a ruote per presenza di scala.

Contatti:
piazza del Carmine
Telefono: 055 2382195
E-mail: gestione.musei@comune.fi.it

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