Nel cuore del centro storico di Colle di Val d’Elsa, Palazzo Pretorio custodisce e racconta secoli di storia cittadina.
Nato sulle antiche torri gentilizie, tra cui quella dei Ghidotti, è stato nel tempo sede del Comune, dimora del Podestà e carcere mandamentale.
Oggi questo luogo si apre a un racconto che intreccia archeologia, memoria e arte contemporanea, attraverso tre spazi strettamente connessi: il Museo Archeologico Ranuccio Bianchi Bandinelli, il Giardino delle Arti e le Stanze della Memoria.
Il Museo Archeologico Bandinelli - intitolato alla memoria del grande studioso senese - si trova proprio all’interno del palazzo e racconta la storia della città e del suo territorio con un allestimento che va oltre la semplice esposizione di reperti.
Il percorso di visita ribalta l’impostazione tradizionale: si parte dalla storia naturale della Valdelsa, con fossili e carte geologiche, per poi attraversare la Preistoria e il lungo racconto del popolamento etrusco, dall’età del Ferro all’età classica.
Tra i nuclei centrali spicca la Collezione Terrosi, con la ricostruzione in scala reale della Tomba dei Calisna Śepu, uno dei ritrovamenti etruschi più significativi del territorio.
La visita continua con una sezione dedicata al sacro e al legame con l’acqua, per poi approfondire l’età ellenistica attraverso i reperti provenienti dalle necropoli di Dometaia e de Le Ville.
Dopo un passaggio sul periodo romano, il percorso si chiude con il Medioevo, raccontato anche attraverso i materiali emersi dalle ricerche archeologiche condotte all’interno del palazzo e nel giardino.
A rendere più coinvolgente l’esperienza contribuiscono ricostruzioni ambientali, suoni e continui rimandi alla relazione tra museo e città.
Il Giardino delle Arti è uno degli spazi più significativi del complesso e ospita l’installazione Concrete Block di Sol LeWitt.
Nata come opera temporanea, è diventata una presenza permanente grazie a un percorso di recupero che ne ha rafforzato il ruolo all’interno di questo luogo.
Raccolto, perimetrato e quasi appartato, il giardino ha una dimensione intima che lo rende adatto a conferenze, concerti, manifestazioni e proiezioni cinematografiche.
È uno spazio che amplia il racconto del museo oltre l’archeologia, aprendo al dialogo con l’arte contemporanea e mettendo in relazione il palazzo con la città, la memoria dei luoghi con il presente.
Le Stanze della Memoria Gracco Del Secco sono tra gli spazi più intensi del percorso e conservano la memoria della funzione carceraria del palazzo.
Qui il progetto sceglie di non attenuare la durezza del luogo, ma di valorizzarne la forza emotiva: il visitatore si affaccia su ambienti di isolamento poco arieggiati, illuminati appena da una finestra alta e quasi del tutto privi di arredo.
È uno spazio chiuso, separato da tutto il resto, dove scompaiono il palazzo, la città e il paesaggio e resta solo la cella con i suoi muri.
Proprio sulle pareti si leggono ancora tracce di chi è passato da qui: iscrizioni, segni incerti, disegni appena accennati, come un fiore o la figura di un uomo con mantello pesante e cappello a cilindro. Frammenti minimi, ma capaci di restituire la presenza di vite rimaste a lungo confinate entro queste mura.
Al centro della stanza è collocata Tears di Moataz Nasr, un’opera che mette in relazione la sofferenza della reclusione di ieri con le fragilità del presente, trasformando questo luogo in uno spazio di riflessione, memoria e consapevolezza.