Teatro Verdi a Firenze

Pagliano, il pescecane di Pinocchio?

Un’ipotesi suggestiva, ricondurrebbe il personaggio collodiano all’imprenditore/cantante che fondò l’attuale Teatro Verdi

In principio erano le Stinche, il carcere che la Repubblica Fiorentina eresse nel 1299, al tempo delle lotte tra Guelfi Bianchi e Neri su un terreno di proprietà degli Uberti nell’attuale via Ghibellina. Le Stinche rimasero attive fino alla metà dell’Ottocento quando i detenuti vennero trasferiti nel complesso delle Murate, nei pressi dell’attuale mercato di Sant’Ambrogio. Il carcere fu venduto per costruirvi una sala per gli spettacoli equestri e una sede per la Filarmonica di Firenze.

Il complesso verrà trasformato in uno dei teatri più belli della Toscana, conosciuto prima come Teatro Pagliano, - dal nome del direttore che lo tenne a battesimo e lo condusse per molti anni - poi come Teatro Verdi. Ma chi era Girolamo Pagliano, patron di uno dei teatri più importanti della città? Nicola Rilli nel suo Pinocchio in casa sua (Nte, Firenze, 2008) racconta che questo personaggio arrivò a Firenze da Napoli in cerca di fortuna, ma “combinò affari sbagliati e diventò povero in canna".

Pagliano era convinto di essere un grande cantante, ma quando esordì al teatro di Borgo Ognissanti venne sonoramente fischiato. “Allora andò a cantare a Prato – racconta Rilli – e... apriti cielo! Tra risate e fischi sembrava che il teatro crollasse da un momento all’altro. Allora annunciò che avrebbe cantato a Pistoia. Ma in quella città era già giunta la notizia delle prodezze canore di Girolamo e i pistoiesi andarono al teatro muniti di tutti i pomodori, patate e mele marce che avevano potuto raccattare dagli ortolani. Fu un fiasco solenne e pomodori, patate e mele marce ridussero il povero cantante peggio di un ecce homo."

Pagliano non si perse d’animo. Partì per Parigi e si mise a studiare medicina. Inventò un intruglio che si diceva purificasse il sangue, lo vendette e in breve tempo divenne ricchissimo. Intanto in cuor suo meditava vendetta. Decise di tornare a Firenze dove acquistò e fece ristrutturare le ex Stinche, diventando uno degli imprenditori più importanti della città.

Rilli racconta che un giorno Carlo Lorenzini fu costretto a rivolgersi a quest’uomo in quanto il padre gravemente malato era in difficoltà economiche. Pagliano concesse molto probabilmente un prestito, ma cominciò a “strozzare” il povero vecchio. Carlo, malauguratamente, pensò di far fronte ai debiti giocando a carte con lo stesso Pagliano. Non andò bene.

“Andò a Palazzo Davanzati e cominciò a giocare con Pagliano. Manco a dirlo! Il Pagliano si mangiò anche lui. – sentenzia il Rilli – Carlo giocò dalla sera alla mattina nella speranza di vincere, ma anche i suoi pochi soldi andarono a finire nella cassaforte del ricchissimo professore Pagliano ed egli si riempì di debiti (...). Carlo si trovò nella stessa difficoltà del padre: ambedue dentro lo stomaco del Pescecane. Perché come avrete già capito, nel pesce cane il Lorenzini raffigura il Pagliano.”

Piano, piano Lorenzini riuscì a far fronte al debito contratto e a liberarsi dalla spire di Pagliano, vendendo molti dei suoi scritti. Per quest’uomo lo scrittore provò sempre un rancore sordo e secondo il Rilli fu proprio lui a ispirargli il personaggio del grande pescecane in cui Pinocchio ritrova il povero Geppetto. Facendo riferimento alla sua voracità lo definì il ‘Caligola degli intestini’: “Chi fosse Girolamo Pagliano – scriveva l’autore di Pinocchio - è inutile ripetere qui: ormai tutti gli intestini d'Europa lo sanno a memoria!”