Tra i boschi di Vallombrosa

Vallombrosa, D’Annunzio e l’amore folle di “Giusini”

Relazioni pericolose, tradimenti e fughe del Vate durante i soggiorni estivi del 1908

Si chiamava Giuseppina Macini, ma per D’Annunzio era diventata Giusi o Giusini. Così si rivolgeva a lei nelle lettere appassionate che le inviava e con le quali era riuscito a fare breccia nel suo cuore. Giuseppina però era sposata. Un matrimonio infelice che l’aveva legata al conte Mancini di Giovi, un uomo più innamorato del vino che di lei.
 
I due cominciarono a frequentarsi appassionatamente nel 1907, ma la tresca venne ben presto scoperta. Lo scandalo fu enorme, non restavano alternative e la donna decise di troncare la relazione. Era l’estate del 1908 e D’Annunzio si trovava a Vallombrosa dove aveva preso alloggio al Grand Hotel. Il “Vate” non sapeva darsi pace e fece molti tentativi per riconquistare la giovane donna. “Si sa che il poeta venne notato al santuario della Verna - scrive Giovanni Pestelli in "Microstoria" (La calda estate di D’Annunzio a Vallombrosa) – in compagnia di due signore, una delle quali era la contessa Mancini. In seguito, alla vigilia di ferragosto, D’Annunzio partì da Vallombrosa e si recò a Rassina dove lo attendeva la sua Giusi e di lì i due iniziarono un piccolo viaggio-fuga che li portò prima a Perugia e poi ad Assisi”.
 
Dopo essere tornati in Toscana e il Vate riuscì addirittura a vedere l’amata nella villa del marito a Palazzetti. In realtà l’amore tra D’Annunzio e Giusi non aveva futuro. La famiglia intimò di nuovo alla donna di troncare la relazione e così avvenne. La corrispondenza si interruppe, inutili i tentativi di D’Annunzio di riallacciare i rapporti. L’ultima volta che due si videro fu a Firenze. “Il poeta ebbe l’impressione che non fosse lei, - scrive ancora Pestelli - appariva stanca ed estenuata mentre gli comunicava che il marito l’avrebbe accolta di nuovo a casa solo se avesse interrotto ogni relazione con il poeta. Pochi giorni dopo la contessa Mancini fu presa da un 'collasso nervoso' a cui seguì un lungo periodo di malattia, nel quale rischiò di essere ricoverata in manicomio”.
 
D’Annunzio dovette ben presto rassegnarsi: la donna non volle più vederlo. Come al solito il poeta trovò consolazione tra le braccia di un’altra amante, però non si dimenticò del tutto della bella Giusi. “Della travagliata storia d’amore tra i due - conclude Pestelli - restano tracce disseminate in lettere e telegrammi, una sorta di biografia al quale in poeta diede il titolo di Solus ad Solam, dalla quale non poche pagine vennero travasate nel romanzo Forse che sì forse che no, edito nel 1910”.
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