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Dante Alighieri, Poppi

Tra ricordi di antiche battaglie e nostalgie oltremondane di una terra cara, tra gli altri, anche al Sommo Poeta

Seguendo Dante in Casentino: viaggio tra poesia e natura

Federico di Vita by Federico di Vita

Il Casentino, vallata insieme dolcissima e aspra, custodisce come uno scrigno preziose memorie dantesche. La prima che viene in mente è quella che rimanda alla grande battaglia di Campaldino, combattuta l’11 giugno 1289 tra la Firenze guelfa e l’Arezzo ghibellina, con la totale disfatta di quest’ultima. Nello scontro Dante combatté tra i ranghi dell’esercito gigliato, e nella Commedia, incontrando un suo antico avversario, Bonconte da Montefeltro, non manca di chiedergli come mai non si sia saputo nulla della sua morte (Purgatorio, V, 115-129):

E io a lui: «Qual forza o qual ventura
ti traviò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?». 

«Oh!», rispuoselli, «a piè del Casentino
traversa unacqua cha nome lArchiano,
che sovra lErmo nasce in Apennino.

Là ve l vocabol suo diventa vano,
arriva io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
 
Quivi perdei la vista e la parola
nel nome di Maria finì, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola» [...].

Croce al Cardeto, Pratomagno
Croce al Cardeto, Pratomagno - Credit: naturally_exposed

Il piano di Campaldino è ancora lì, verdissimo in primavera e in estate, e appena un po’ più spento nei colori d’autunno e d’inverno, con intatta la corona di colli e monti a circondarlo (il Pratomagno da una parte, l’Appennino dall’altra, e la Verna a fare da austera sentinella sullo sfondo). Una colonna commemorativa del 1921 è l’unica traccia che resta al giorno d’oggi di quella battaglia, per il resto solo qualche edificio punteggia una pianura armoniosa, che non pare recare traccia di quei violenti scontri... Anche se in certi momenti, ricordando la vicenda dantesca, pare di sentire ancora il fracasso di armi e armature, e l’ansimare di uomini e cavalli. Il racconto dell’estrema conversione di Bonconte continua con lui che benché forato ne la gola” riesce a invocare negli ultimi istanti Maria, fuggendo così a un diavolo che era lì già pronto a trascinare all’Inferno la sua anima. L’essere maligno, beffato in quel modo, per la stizza rovesciò quella notte un furioso temporale sul campo di battaglia, che spinse il corpo di Bonconte prima nel torrente Archiano e quindi in Arno (il fiume real), motivo per cui non venne mai trovato (Purgatorio, V, 115-123).

[...] «Indi la valle, come ‘l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse; 

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne». [...]

Il Castello di Poppi e un busto di Dante
Il Castello di Poppi e un busto di Dante - Credit: A. Ferrini

Anche a Poppi si ritrovano tracce dantesche. Qui il Poeta fu ospite dei munifici Conti Guidi, che si narra lo accogliessero anche nel bel Castello di Romena, alle spalle di Pratovecchio.

Vale la pena ricordare che proprio il Castello di Poppi – altrimenti detto Palazzo dei conti Guidi – è, secondo il Vasari, opera di Lapo, padre di Arnolfo di Cambio, che a questo edificio si sarebbe ispirato dovendo disegnare il progetto per il Palazzo Vecchio di Firenze.

A ricordare con nostalgia la natura e i castelli del Casentino è in questo passo della Commedia il famoso falsario mastro Adamo, che proprio tra queste mura lavorò come provetto truffatore dello stato (Inferno, XXX, 73-79).

«[...] Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista. [...]»

Castello di Romena, Pratovecchio
Castello di Romena, Pratovecchio

Il Castello di Romena, poderosa fortezza dalla triplice cinta muraria, fu come detto teatro, oltre che di un probabile soggiorno di Dante, dell’alacre lavoro di falsificazione monetaria di mastro Adamoche pur avendo vissuto tra grandissime abbondanze una volta all’Inferno, punito tra le arsure della bolgia dei falsari (dove oltretutto vengono compromessi e per l’appunto falsati per contrappasso i connotati dei peccatori da tremende malattie) bramerebbe sopra ogni cosa anche una sola goccia d’acqua proveniente da uno dei freschi torrenti casentinesi (Inferno, XXX, 58-69). 

(Probabilmente si farebbe bastare anche un sorso tratto da quella Fonte Branda citata nelle terzine riportate poco più su, e forse non è un caso se ancor oggi possiamo ammirare quella fonte ma ormai definitivamente prosciugata). 

«O voi che sanz’alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo»,
diss’elli a noi, «guardate e attendete 

a la miseria del maestro Adamo:
io ebbi vivo assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo. 

Li ruscelletti che d’i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli, 

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ‘l male ond’io nel volto mi discarno [...].»

&
Arte e Cultura