valtiberina

I colori della Valtiberina

Un mosaico di forme e profumi: boschi e montagna

La Valtiberina toscana si presenta al visitatore curioso come un grande mosaico d’ambienti differenti, offrendosi in una ricca molteplicità di forme, colori e profumi. Se torniamo in queste terre di confine più volte e in diversi momenti dell’anno, possiamo gustare anche la mutevole realtà dovuta all’alternarsi delle stagioni.

L’alta Valtiberina, lembo più orientale della Toscana, s’incunea nei territori di Romagna, Marche ed Umbria; terra di confine e, quindi, abituata ed influenzata dalle differenze, ma anche da esse rinforzata nella propria identità toscana. Il limite regionale qui non si ferma, come in genere accade, lungo le linee del crinale appenninico, ma scende ben oltre, sfumando nel Montefeltro e, addirittura, oltre confine “galleggia”, circondata da suolo marchigiano, un’isoletta di territorio valtiberino: è l’enclave di Cicognaia. In queste terre s’incontrano e scontrano anche differenti e numerose formazioni geologiche che, per le dinamiche tettoniche ancestrali, contribuiscono ad originare in questo boccone estremo di Toscana una gran varietà di forme, che hanno così influenzato la vita dell’uomo determinando diverse economie agricole e forestali.

I terreni intorno ad Anghiari,
di derivazione fluvio-lacustre, ci invitano a scoprire come anticamente in questa valle ci fosse un lago intrappenninico; oggi restano le rosse argille, spesso non facili per l’aratro, che nelle luminose giornate invernali ci regalano una sorta di vasta “fioritura” minerale. Fra Anghiari e Pieve S. Stefano troviamo invece le ofioliti, “scherzo” geologico d’origine magmatica sottomarina. Queste rocce offrono stimoli cromatici differenti: qua verdastre e scagliose come la pelle di un serpente, più in là luccicano come metallo, oppure si mostrano scure, con una crudezza formale che ci fa dimenticare la tipica dolcezza toscana.

Questi Monti Rognosi e le Serpentine di Pieve Santo Stefano originano suoli poco adatti all’agricoltura, ma rientrano oggi fra le aree protette della Provincia di Arezzo per la presenza di una vegetazione particolare, adattata alle difficili condizioni di vita che queste rocce determinano. Tracce testimoniano ancora come questi siti siano stati in passato sfruttati con finalità minerarie.
Ad Anghiari, Comune capoluogo, con i metalli si è avuto dimestichezza, giacché nei secoli scorsi è stata fiorente un’attività artigianale legata alla produzione di armi da fuoco di pregevole fattura. Come sempre accade, il mutare delle formazioni geologiche può essere letto anche nelle antiche costruzioni dell’uomo: per edificare case, torri o castelli veniva, di norma, utilizzato il materiale lapideo ricavato dalle rocce circostanti.

A Pieve S. Stefano compare il bianco alberese, da cui, tra l’altro, derivano suoli spesso coperti da prati o da bosco. Un altro mondo hanno creato nel tempo i corsi d’acqua valtiberini, depositando nelle depressioni da Pieve S. Stefano fin sotto la collina di Monterchi, “scrigno” della pierfrancescana Madonna del Parto, terreni preziosi per una fiorente agricoltura, formando così le pianure alluvionali. La più grande, quella di Sansepolcro, è delimitata dal corso lento del Tevere che, appena uscito dal grande invaso di Montedoglio, rievoca il fiume che serpeggia placido nello sfondo della Vittoria di Costantino su Massenzio, affrescata da Piero della Francesca nella basilica di S. Francesco in Arezzo. Il paesaggio pianeggiante si è adattato alle nuove esigenze dell’uomo e l’ordinata e continua maglia di campi regolari circondati da viti maritate all’acero campestre, che ancora qua e là compare, ha lasciato il posto a campi più ampi, adatti alle colture meccanizzate.

Resta sempre ricca di colori la “tavolozza” altotiberina, anche se il giallo dei girasoli, che riempie il mese di luglio, il verde delle grandi foglie del tabacco Kentucky e le altre coltivazioni che a rotazione sono praticate hanno sostituito il guado, pianta tintoria che ci regalava l’azzurro, e le eleganti piante tessili. Dalla collina d’Anghiari la vista della piana nelle fresche ore della mattina estiva ci appare affascinante: trama e colori nuovi la vivificano, mentre i pioppi cipressini continuano ad impreziosirla.

Sansepolcro e i suoi campanili emergono
laggiù in fondo e ricordano, ancora una volta, quelli raffigurati da Piero della Francesca dietro le spalle del San Gerolamo, conservato a Venezia, contornati da aree montane sempre meno coltivate e più ricche di bosco a mano a mano che si sale. La montagna è tutt’altra cosa. Grazie agli imponenti movimenti della crosta terrestre, quello che milioni di anni fa era il fondo di una fossa si è sollevato a costituire i banchi grigiastri e possenti della formazione Marnoso-Arenacea dell’attuale massiccio dell’Alpe della Luna, creando spettacolari contrasti come le “scalinate” verticali della Ripa della Luna. Ai calanchi marnosi, crudi e a volte inquietanti per la mancanza di vegetazione, che emergono prima di Badia Tedalda, si contrappongono fino a Sestino, il giallo estivo e vellutato dei cereali e i pascoli, punteggiati dalle sagome rassicuranti dei bovini Chianini, dal mantello bianco porcellana.

I boschi circostanti, ricchi di cerro, una rustica quercia, da secoli rifugio per il lupo e meravigliosi in autunno, allentano il loro abbraccio, lasciando il posto alla trama dei “campi chiusi”, tutti rigorosamente divisi da siepi di arbusti. Fino al secolo scorso da questi luoghi alla fine dell’estate, partivano processioni di animali e uomini che, seguendo le strade polverose della transumanza, in alcuni giorni di marcia arrivavano ai pascoli della Maremma: solo alla fine della primavera, con il loro ritorno, i paesi si rianimavano.

Ambienti pieni di fascino, ma anche terre difficili queste, in cui non è possibile coltivare nemmeno il castagno. Luoghi adatti soprattutto per allevatori o boscaioli e, tuttavia, in questi terreni calcarei, abili cercatori trovano un prodotto assai pregiato, il tartufo bianco. Sopra Sestino due enormi blocchi di calcare marino costituiscono un’emergenza geologica di sorprendente suggestione: il Sasso di Simone che da una parte testimonia l’antica storia della città-fortezza del Sasso e dall’altra, insieme al marchigiano Simoncello, documenta gli antichi movimenti della crosta terrestre.