L'abbazia di San Bartolomeo di Sestinga
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L'abbazia di San Bartolomeo di Sestinga

La prima edificazione dell'abbazia risale ad un anno tra il 1014 ed il 1024: lo attestano un atto del 1025, il più antico fra i molti pervenuti che trattano del patrimonio di S.Bartolomeo, ed un placito del 1038 in cui è riferito che il monastero fu erett

Castiglione della Pescaia

Ciò avvenne nella località, ai piedi del Poggio di Vetulonia, conosciuta già dal secolo XIII come 'Badia Vecchia', nel dominico di una corte chiamata Curte Maimberti in territorio di Sestinga. È toponimo, questo - ricordato dall'odierno 'Fosso Sestica'-, che forse è un "nome numero", indicativo del fatto che la corte si trovava (suffisso locativo germanico -ing) ove passava il sesto decumano della centuriazione della pianura a nord est del grande specchio d'acqua salata del Lago Prile. Come per tutti i monasteri benedettini della Maremma grossetana, anche per quello di Sestinga non è pervenuta la "carta di fondazione", ma recenti studi ( cfr. G.PRISCO, Castelli e potere nella Maremma grossetana nell'alto medioevo, Grosseto 1998, pp.218-227) hanno chiarito, sulla base di un'informazione contenuta in un documento del 1072, che fondatore del monastero fu un aristocratico lucchese, Ranieri del fu Roffrido, presente in Sestinga nel 1006 e la cui famiglia è documentata avere numerosi possessi nella zona. Anche per S.Bartolomeo, dunque, si ripete il diffusissimo fenomeno della fondazione di un "monastero di famiglia", e l'edificazione del monastero costituisce il momento in cui culmina la lunga vicenda delle azioni intraprese nel secolo X per il recupero dal degrado del patrimonio vescovile lucchese nella zona compresa fra il Lago Prile (nella pianura fra le città etrusco-romane di Roselle e di Vetulonia) e lo Stagnum Portilionis (alla foce del Pecora, sotto il poggio di Scarlino). Col vescovo Gherardo II, particolarmente per la corte di Collicle, l'intervento dell'episcopato lucchese assume le caratteristiche di vera e propria azione colonizzatrice. Ciò ha importanti ripercussioni sul popolamento, tanto da determinare la riorganizzazione del sistema delle pievi nel territorio circostante, il sorgere di nuovi castelli ed addirittura la nascita di un mercato. 


Il Mercatum de Yschia è infatti documentato nel 1032 poco lontano dalla collinetta su cui sorge il monastero, in prossimità dell'importante nodo stradale chiamato Incrociata nel XIII secolo, forse relativo al luogo della mansio romana di Salebro. Dal citato placito del 1038 è documentato come l'abbazia goda di immunità concessa dal sovrano, e dalla carta del 1072 (il cui contenuto è confermato nel 1118) è evidenziato come in pratica sia esente dalla effettiva giurisdizione del vescovo rosellano. Ci sono pervenute carte che attestano di numerose donazioni effettuate a beneficio del monastero e di acquisti di terre operati dai suoi abati, e già nel 1055, in un placito tenuto dal cancelliere e messo imperiale Gunterio, all'istituzione viene riconosciuta la legittimità del possesso di un gran numero di terre, non solo in prossimità di Sestinga e del mare, in Alma e Portilione, ma anche in territorio populoniense, nel Cornino. Altre carte dell'XI secolo, in particolare quella del 1069 che ricorda la donazione di molte terre in territorio di Tatti da parte di un Gherardo del fu Pietro (probabilmente un nipote del fondatore del monastero), ed il citato livello di decime del vescovo Dodo del 1072, confermano della formazione di un patrimonio monastico assai importante, dilatatosi sensibilmente anche dopo la metà dell'XI secolo e che gli abati si adoperano ad incrementare ancora nel XII. Antagonista del monastero nell'area che va da Sestinga al mare è la consorteria dei Lambardi di Buriano, dei cui tentativi d'impadronirsi di terre di S.Bartolomeo probabilmente è testimonianza già il placito del 1055: la contesa è tanto aspra da far sì che ancora nel 1241 l'impossibilità d'accordo fra le parti impone la nomina di arbitri per dirimere questioni di possesso. Nondimeno è probabilmente proprio da un'intesa con i Lambardi che il monastero ottiene la terra sulla quale edifica la nuova abbazia sul finire del secolo XII.


La località, in prossimità di Vetulonia, in cui ne sono visibili i resti è infatti ottenuta da S.Bartolomeo nel 1181 grazie ad una permuta di terre col monastero di S.Pancrazio ad lutum, eretto su un'isoletta del Lago Prile, istituzione che è sotto la tutela della consorteria burianese, come sembra attestare la documentazione che sempre registra la presenza di suoi membri negli atti compiuti dagli abati di S. Pancrazio. 


La prosperità testimoniata dal trasferimento dell'abbazia dura ancora per qualche decennio, grazie anche ad iniziative come quella del 1225, che vede il monastero pattuire una "soccita" con importanti cittadini senesi, ovvero stipulare un contratto per il quale l'abate s'impegna al mantenimento di un buon numero di capi di bestiame, in cambio di un compenso consistente nella metà delle rendite. Analogamente a tutti gli altri monasteri benedettini, però, anche S.Bartolomeo verso la metà del XIII secolo decade in ragione del superamento del proprio sistema organizzativo, e nel 1258 passa sotto la giurisdizione degli eremiti agostiniani. Questi, alienandone il patrimonio e dunque rendendola priva dell'antica importanza politica ed economica, riducono l'abbazia a puro centro spirituale. Come tale sopravvive stentatamente fino al 1503, allorché papa Alessandro VI sottopone S.Bartolomeo al convento di S.Agostino di Siena. Dopo un secolo e mezzo, come attesta il Gherardini, il monastero è da tempo soppresso, e nella chiesa, non abitata dagli agostiniani a causa dell' "aria cattiva" e custodita da un "romito", la celebrazione della messa è assicurata una sola volta alla settimana. Nel XVIII secolo anche la chiesa, ritenuta ormai inutile perché troppo lontana dal paese, è fortemente degradata, tanto che gli agostiniani ne vorrebbero la demolizione, evitata grazie all'intervento del vescovo di Grosseto. Alla fine del secolo il monastero è adibito dagli agostiniani a fattoria, e la chiesa è ridotta a magazzino. Con la soppressione dell'istituzione decretata da Leopoldo II, i suoi beni sono allivellati ad abitanti di Vetulonia, al fine di favorire l'economia della zona. Il "Catasto Leopoldino" documenta che nel 1824 proprietario dei resti dell'antica abbazia è un certo Riccini di Antonio (cfr.G.MARRUCCHI, Chiese medievali della Maremma Grossetana, Empoli 1998, p.99).

 

(Immagini by wikipedia)

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