I Giganti dei boschi della Valtiberina
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I “giganti” dei boschi

Rovelle, faggi e castagni pluricentenari che si ergono maestosi tra i boschi della Valtiberina

Valtiberina
Girovagando per l’Alta Valtiberina, s’incontrano boschi fitti e ricchi di piccoli fusti, serrati l’uno accanto all’altro come un impenetrabile esercito lignificato. Nani, in confronto alle foreste primigenie, ricche di abete bianco, che secoli fa popolavano l’Alpe della Luna e che ormai non esistono più.Nel composito mosaico delle risorse naturali di queste terre, il bosco ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale nell’economia altocollinare e montana. Già nel Medioevo parte dei territori Valtiberini rientrava nella Massa Trabaria, antica provincia pontificia legata al rifornimento di travi per le basiliche di Roma.Oggi, se si escludono i castagneti da frutto e i grandi rimboschimenti artificiali di pino, gli altri boschi di latifoglie, in genere, sono giovani e di piccole dimensioni, utili a fornire legna da ardere o, come il castagneto, paleria. Qua e là, tuttavia, è possibile ancora trovare, scampati al taglio disperato dell’ultimo dopoguerra, alcune piante di grosse dimensioni, talvolta plurisecolari. Si tratta di cerri, roverelle, faggi, castagni. Alcune di queste piante maestose si trovano in boschi e campi; altre vicine a certe chiesette, come il bel cerro della Madonna del Faggio o la pluricentenaria roverella presso la chiesa di Rofelle. La maestosa dimensione di queste piante incute un senso di rispetto e sembra lanciare un monito tranquillizzante a noi, sempre in corsa per guadagnare tempo, anzi per bruciare i tempi. Sono lì da secoli e probabilmente saranno lì ancora per molto, sentinelle delle storie degli uomini e della natura. Con le radici che li ancorano saldamente là dove sono nati, su tronco e chioma sono costrette a portare i segni delle stagioni e degli eventi meteorologici. Tempeste di vento, freddo, pioggia, fulmini, neve, giorno dopo giorno lasciano sugl’imponenti fusti di questi monumenti della natura indizi del loro passaggio che, talvolta, è possibile leggere, come il grosso ramo stroncato e gli attacchi dei parassiti sulla roverella di Fognano o la cicatrice lasciata dal fulmine sulla quercia di Corleano. Leggendo il paesaggio, questi giganti ombriferi sembrano, come segnalibri, denotare i luoghi della sosta nel viaggio o nel lavoro agricolo, della raccolta dei frutti per gli animali o di chissà quali altri momenti di vita. La loro presenza non è mai casuale. L’uomo li ha risparmiati all’ascia e alla sega perché, per qualche motivo, li ha ritenuti più importanti vivi che ridotti in pezzi di legno. è anche questo il fascino dei giganti della Valtiberina, nati prima di qualsiasi uomo attualmente vivente. Anche se tutto ciò può risultare un po’ retorico, fermarsi qualche minuto con questi “Ciclopi”, sfrenare il carro dei sentimenti e dell’immaginazione e provare ad evocare le storie segrete che forse essi conoscono, ma non possono narrare, può suscitare intense e profonde emozioni.