La Montelupo di Baccio

A Montelupo, sulle tracce di Baccio

Vita del grande scultore che segnò il trapasso tra l’arte del Quattrocento e quella del Cinquecento

Bartolomeo di Giovanni d’Astore dei Sinibaldi, detto Baccio da Montelupo (1469 - 1523), fu uno dei più importanti scultori del primo Cinquecento fiorentino. Di lui si hanno pochissime immagini, se non una celebre xilografia del Vasari, nell’edizione del 1568 delle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e achitettori italiani; questa immagine fu ripresa dallo scultore ottocentesco Vittorio Pochini per la realizzazione di una statua in terracotta, collocata fino alla seconda guerra mondiale in una nicchia della Torre dell’Orologio a Montelupo.

Proveniente da una famiglia di modeste condizioni economiche – la sua casa è stata individuata in un’abitazione nei pressi dell’antico borgo murato – Baccio trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel suo paese natio, apprendendo molto probabilmente i rudimenti dell’arte della ceramica.

La tradizione vuole che il giovane si trovasse un giorno ad osservare le donne che lavavano le stoviglie nei vasi in terracotta e che una volta finito il loro lavoro, erano costrette a rovesciare i pesanti bacili a terra con il rischio di romperli. Sarebbe stato Baccio ad inventare il tappo per svuotare i recipienti di terracotta, introducendo una innovazione che fece la fortuna dell’industria delle ceramiche di Montelupo.

Leggende a parte, Baccio dimostrò sicuramente un precoce talento, tanto da farsi ammettere al giardino di San Marco di Firenze, la prima accademia d’arte in epoca moderna, dove ebbe maniera di confrontarsi e stringere amicizia con Michelangelo Buonarroti, dando vita ad un sodalizio che durerà per tutta la vita.

Baccio, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e la chiusura della scuola di San Marco si fece notare come esecutore di alcuni crocifissi e terrecotte e soprattutto per la realizzazione del Compianto, una serie di statue per la Chiesa di San Domenico a Bologna.

Dopo la condanna di Savonarola di cui era diventato convinto seguace, l’artista passò un periodo molto difficile che lo vide esule in Emilia, in attesa che a Firenze cessassero le persecuzioni contro i “piagnoni”. L’occasione per tornare nella sua città venne nella primavera del 1499, quando l’amico Francesco Albertini sagrestano in San Lorenzo, gli commissionò un Gesù bambino benedicente che lo reintrodusse nel giro delle committenze e degli artisti allora attivi in Firenze.

Baccio, presa dimora in una casa del quartiere di San Giovanni, continuò la sua carriera dedicandosi soprattutto a crocifissi e soggetti religiosi, nonché collaborando alla produzione artistica dell’amico Michelangelo. Nel 1506 Baccio lavorò presso l’abbazia mugellana di San Godenzo, dove eseguì alcune sculture, tra le quali le tre teste dei fondatori dell’abbazia (Gaudenzio, Marciano e Luciano), un cancello per la cappella dei santi e un Cristo Morto.

Queste opere sono andate disperse nel corso dei secoli a causa di maldestri interventi di restauro e di alcuni eventi sismici di particolare gravità. Solo il San Sebastiano in legno a grandezza naturale, dimenticato nella cripta dell’abbazia è potuto giungere fino a noi, a testimonianza non solo delle grandi capacità dell’artista, ma anche dell’evoluzione della scultura dagli schemi quattrocenteschi di derivazione donatelliana a quelli cinquecenteschi che troveranno la loro massima espressione nell’arte di Michelangelo.

Baccio fu poi a Venezia di nuovo a Firenze nella bottega nei pressi della Piazza della Santissima Annunziata, dove collaborò e insegnò agli artisti della nuova generazione. Nel 1515 Baccio terminò la sua opera più famosa, commissionatagli un anno prima dall’Arte della Seta e posta in una nicchia della chiesa di Orsammichele: si trattava di una statua in bronzo di San Giovanni Evangelista, considerata per tecnica ed espressività l’opera della maturità dello scultore.

Tra le ultime opere di Baccio vanno sicuramente ricordate l’edicola della chiesa di Sant’Jacopo a Colle Val D’Elsa, edificata per incorniciare l’immagine prodigiosa della Madonna e la così detta pietà di Segromigno, un tabernacolo con Cristo Benedicente a lungo attribuito allo scultore Matteo Civitali, ma che porta inequivocabilmente la firma dell’artista di origine montelupina.

Baccio trascorse gli ultimi anni della sua vita a Lucca, in contatto con quegli ambienti savonaroliani che avevano trovato rifugio nell’arborato cerchio. Qui si dedicò alla progettazione della chiesa di San Paolino, unica opera architettonica dello scultore ed alla realizzazione di alcuni monumenti funebri. Poco si sa della sua scomparsa:“(...) gli ultimi anni di vita dello stesso Baccio – scrive Riccardo Gatteschi in Baccio da Montelupo, scultore e architetto del Cinquecento, Editoriale Tosca, 1993 - sono avvolti nel mistero, e non si può dire che le ricerche svolte negli archivi lucchesi abbiano contribuito dissiparlo, ancorché solo parzialmente”.